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PERSONAGGI PRINCIPALI:

Snofru: successore del Faraone Huni e primo Faraone della IV dinastia. Dopo di lui salì al trono Cheope che, però, non era suo figlio.

Cheope (Khufu Dedjemw): secondo sovrano della IV dinastia, nato dalla Principessa Hetepheres e da un uomo sconosciuto.

Meritites: figlia del Faraone Snofru, fu la moglie principale di Cheope. Ebbero numerosi figli e figlie, tutti sepolti a Giza. Fu inumata a Giza.

Gedefra: terzo Faraone della IV dinastia. Successe al padre Cheope. Chefren: figlio di Cheope e quarto Faraone della IV dinastia.

Henutsen: moglie secondaria di Cheope.

Pakher: (personaggio inventato) scalpellino. Lavora nelle cave da cui si estraggono i massi per la costruzione della piramide di Cheope.


Hemiunu: nipote del Faraone Snofru e cugino di Cheope, fu Visir e l'ar-chitetto responsabile della costruzione della piramide di Cheope.

Ankha: (personaggio inventato) scriba narratore del racconto.

Shashemai: (personaggio inventato) Capo del clero del dio Osiride im-parentato con Cheope.

Neferi: (personaggio inventato) Capo del clero del dio Sokhar e ministro delle finanze.

  • Giza (Egitto) - 2483 a.C. (circa) Giorno del funerale del Faraone Cheope

Era l'alba. Il sole Ra stava lasciando le tenebre dell'oltretomba per illuminare la terra e far nascere un nuovo giorno.

Ma non era un giorno qualunque. Era l'inizio di una nuova era, di un nuovo regno. Di lì a poco il sacro corpo imbalsamato del Faraone Cheope sarebbe stato deposto nella sua piramide, e gli dèi – e l'Egitto – avrebbero potuto accogliere il suo successore.

Quella mattina il vento furioso che aveva flagellato la piana per tutti i settanta giorni dell'imbalsamazione si era finalmente placato. Il cielo, che era rimasto nero e greve come una notte senza luna, si era rischiarato, diventando limpido, azzurro e luminoso come la turchese estratta nelle lontane miniere del Sinai.

Nella camera funeraria, sepolta nel cuore della piramide, tre uomini attendevano in silenzio; altri sarebbero giunti insieme alla mummia del re. C'erano il Gran Sacerdote d'Osiride Shashemai, l'architetto Ankha e lo scalpellino Pakher. Il primo panciuto di mezz'età; il secondo, esile e di origine nubiana; il terzo, un colosso libico dalla forza proverbiale. Sha-shemai aveva consegnato loro due papiri: «In inchiostro nero trovate le formule che verranno pronunciate da me e dagli altri officianti. In rosso, quelle che direte voi. È chiaro?»

Entrambi avevano annuito.

«Bene. Quando Gedefra e le due regine saranno usciti, vi posizionerete ai lati del meccanismo che chiude la stanza. Quando Chefren si avvicinerà al sarcofago per l'ultimo saluto al padre, azioneremo il dispositivo e lo sigilleremo dentro. Morto lui, nessuno potrà più ostacolare l'ascesa al trono del fratellastro.»

«E se qualcuno sentisse le sue urla?» aveva chiesto Pakher.

«Non accadrà. Questa camera è così lontana dagli altri ambienti che Chefren potrebbe gridare fino a lacerarsi la gola e nessuno lo udirebbe.»

Un suono lontano li aveva interrotti: un frinire di sistri, un battere di tamburelli, un ondeggiare di canti e preghiere. Su tutti dominava la voce alta e possente di Neferi.


«È la processione reale! Ai vostri posti!» aveva ordinato Shashemai, agitato, posizionandosi ai lati dell'ingresso.

Un attimo dopo era entrato Neferi, avvolto in una lunga tunica nera e con la maschera da falco del dio Sokhar. Dietro di lui avanzavano il sar-cofago d'oro con la mummia di Cheope, portato da otto guardie nubiane, i due figli del Re – Gedefra e Chefren – e le vedove principali, Henutsen e Meritites. Le regine indossavano le vesti e le corone di Iside e Nefti; Chefren portava gli emblemi di Horus, mentre Gedefra era avvolto nella pelle di leopardo del sacerdote Sem, così grande da sfiorargli le caviglie.

I portatori avevano estratto la mummia dalla bara e l'avevano posta in piedi su un piccolo cumulo di sabbia, simbolo del tumulo primordiale su cui Ra era sorto all'inizio dei tempi. Poi si erano ritirati con un inchino.

Mentre Shashemai illustrava le procedure del rito, Ankha aveva osservato Cheope. Bendato come una bambola di stoffa, non lasciava intuire l'uomo che per cinquant'anni aveva retto il destino dell'Egitto.

Neferi aveva purificato le mani dei presenti con acqua e santificato la loro bocca con grani di natron, amari e salati. Poi aveva rivolto la mummia verso sud.

Henutsen e Meritites si erano avvicinate e l'avevano salutata con le parole di Iside al corpo di Osiride: «Salute a te, fratello adorato. Il tuo erede Gedefra ha compiuto i riti che ti permetteranno di salire in cielo. Ma come farai, se non hai le ali?» Aveva risposto Neferi: «Salirà in cielo come un falco portato dal vento.» La sua voce, filtrata dalla maschera, sembrava provenire dall'oltretomba.

Era intervenuto allora Gedefra. Neferi gli aveva consegnato il pastorale e il flagello, e il giovane li aveva deposti tra le mani bendate del padre:

«Pongo questi scettri nelle tue mani, affinché tu possa aprire i chiavistelli del cielo e prendere posto tra gli dèi.»

Poi aveva sfiorato con una lama biforcuta le bende sul cuore: «O Cheope, io, tuo erede, ti restituisco il dominio su tutto l'Egitto.» Aveva mostrato alla mummia le armi prese dal corredo funerario: «Con queste scaccerai il male e abbatterai i tuoi nemici. Essi arretreranno davanti a te e non potranno nuocerti.»

Henutsen aveva preso il suo posto. Si era scoperta il seno destro e aveva lasciato cadere qualche goccia di latte sulla bocca dipinta del re: «Questo è il latte di Hathor: ti darà vita e potere eterni.»


Shashemai aveva asperto la stanza e la mummia con acqua sacra: «Dei di tutto l'Egitto, proteggete questa piramide e questo corpo perché durino per sempre. Chi agirà contro di essi con intenzioni malvagie sarà noto agli dèi e maledetto.»

Era giunto il momento conclusivo del rito, quello che avrebbe consacrato Gedefra come Faraone. Neferi aveva deposto ai piedi di Cheope una tavola d'offerte d'alabastro, l'aveva purificata e aveva invitato il giovane a leggere la formula incisa.

Ma il giovane, contro ogni aspettativa, si era rifiutato. Era crollato ai piedi della mummia, singhiozzando: «Non ci riesco… Non ci riesco… Sto male…»

«Così il funerale resterà incompleto! – aveva ringhiato Shashemai – e lo spirito del Re non raggiungerà mai gli dèi!»

«Lo so… Ma non posso… Padre, perché sei morto? Perché mi hai lasciato? Come farò senza di te?» aveva gemuto, stringendo le caviglie bendate.

Era intervenuta Henutsen, la voce dura come pietra: «Alzati e finisci il rito. Sei l'erede, devi farlo.» Non sembrava più una madre: era Sekhmet in collera.

«Principe, vi scongiuro…– l'aveva supplicato Neferi – Se non per voi, per vostra madre… Per l'Egitto.»

Ma Gedefra era rimasto rannicchiato, ancora più piccolo, come un bambino smarrito.

Henutsen aveva trattenuto a stento l'impulso di colpirlo. Aveva però sibilato: «Sei un verme, un pusillanime, un inetto. Come ho potuto generare un essere come te? Non sembri nemmeno uscito dal mio ventre. Non sei degno del dolore che ho sofferto per darti la vita. Se l'avessi saputo, ti avrei abortito.»

«Madre!» aveva singhiozzato disperato.

«Non chiamarmi così. Non lo meriti. Non meriti più nulla da me.»

«Madre…» aveva ripetuto, annientato.

Nella tomba era calato un silenzio abissale, rotto solo dai singhiozzi ansimanti e disperati di Gedefra: il pianto di un figlio che aveva perduto non solo il padre, ma anche la donna che l'aveva generato.


«Cosa accadrà ora?» aveva domandato Neferi, dando voce al terrore che tutti trattenevano.

Shashemai aveva abbassato lo sguardo, cupo: «Non lo so con precisione. Una cosa simile non è mai accaduta. I testi affermano che se Cheope non verrà inumato, il suo spirito non potrà raggiungere le stelle né salire sulla barca di Ra. Rimarrà qui, insepolto, né vivo né morto. E senza la sua ascesa non potremo eleggere un nuovo Faraone. L'Ordine verrà spezzato, e il mondo, retto dall'Equilibrio della Maat, sarà travolto dal Caos di Isfet.»

Henutsen aveva scagliato un urlo contro il figlio, un grido che sembrava voler lacerare la pietra stessa: «Hai sentito, verme inutile? Tutto questo per colpa tua! Se non sapessi di commettere un sacrilegio peggiore del tuo, ti ucciderei con le mie stesse mani!»

Ma gli dèi, quella volta, avevano avuto pietà dell'Egitto. E del loro figlio defunto.

Erano intervenuti, salvando Cheope e l'universo.

Mentre Gedefra, sempre più affranto, continuava a piangere abbracciato al corpo bendato del padre, Chefren – mosso da una volontà che non era la sua – aveva strappato dalle mani di Shashemai il sacro bastone Wr-Hekau dalla testa di serpente, e dopo aver pronunciato le formule che lo attivavano, si era avvicinato alla tavola d'offerta ai piedi della mummia di Cheope. E aveva letto, con voce ferma, l'elenco delle offerte funebri incise sulla pietra.

Quando aveva finito, un lampo di consapevolezza gli aveva attraversato lo sguardo. Si era irrigidito. Aveva capito. Aveva compreso l'enormità del gesto compiuto, un gesto che nessun mortale avrebbe osato compiere. E si era ammutolito, come se la lingua gli si fosse pietrificata in bocca.

Per un istante era tornato il silenzio. Così improvviso da spegnere persino i singhiozzi di Gedefra, che giaceva rannicchiato ai piedi del padre come un cucciolo tremante.

Poi, all'improvviso, l'aria era stata squarciata da un urlo. Un urlo che non apparteneva più a un essere umano. Era follia. Era dolore. Era rabbia, disperazione, e soprattutto una lucidissima, atroce consapevolezza.

Era Henutsen.

Lei, prima di tutti, aveva compreso ciò che quel gesto significava.


La legge era chiara: ereditava il trono chi completava la sepoltura del predecessore.

Gedefra aveva compiuto la prima parte del funerale. Chefren, la seconda.

Entrambi, ora, avevano gli stessi diritti sul trono d'Egitto. Chi sarebbe diventato Faraone? Gedefra? O Chefren?

Shashemai, però, aveva previsto un simile epilogo e si era preparato con cura. Dopo aver accompagnato le due regine e Gedefra fuori dalla piramide, era tornato sui suoi passi. Non aveva raggiunto, però, la camera funeraria, dove Chefren, Pakher e Ankha lo attendevano ignari. Si era fermato nell'anticamera, davanti ai meccanismi che facevano calare le lastre di pietra destinate a sigillare per sempre l'accesso alla stanza. Erano perfettamente bilanciati: bastava la forza di un uomo robusto come lui per azionarli.

L'aveva fatto senza esitare, condannandoli a un sepolcro eterno.

Solo allora, soddisfatto, si era avviato verso l'uscita della piramide, pronto a raccogliere i frutti del suo malvagio operato.


Giza. Vent'anni prima – Ankha

Era una costruzione immensa, la più grande che l'uomo avesse mai osato innalzare. Ripida come una montagna e così alta da sembrare toccare il sole, mostrava i suoi fianchi a gradoni inclinati e una cima piatta, ancora incompiuta.

La base quadrata era tanto vasta che per percorrerla occorrevano quasi millecinquecento passi, ossia milleottocento cubiti secondo il nostro computo. Un cubito era la distanza fra il gomito e la punta del dito medio di un uomo.

La piramide non era ancora terminata, e sarebbero serviti molti anni per completarla. Eppure già allora la sua mole incuteva timore e proclamava agli uomini, agli dèi e all'universo che colui che l'aveva voluta, il grande sole d'Egitto Cheope, non era un semplice mortale, ma un dio.


Alla base delle facce sud e ovest si allungavano due rampe diritte, usate per trascinare in alto pietre, corde, legname e uomini. Si arrestavano al cinquantesimo corso di blocchi, dove si trovava il pavimento della camera destinata ad accogliere il corpo mummificato del Faraone. Da quel livello in poi sarebbe entrata in funzione una rampa interna a spirale, scavata nella massa stessa della piramide, che avrebbe raggiunto la sommità, oltre i duecento cubiti d'altezza. La rampa meridionale era lunghissima; l'altra, più corta, serviva a sostituirla quando la prima doveva essere rialzata e prolungata, così che il trasporto dei blocchi non si interrompesse mai. Ora era in demolizione, poiché la rampa interna aveva preso il suo posto.

Ai piedi della faccia orientale, a poca distanza dal candido rivestimento in calcare di Tura, stava sorgendo il tempio funerario del re, minuscolo accanto al gigante che lo sovrastava. Lì sarebbero stati celebrati i riti necessari alla sua vita ultraterrena. In origine il santuario era piccolo e posto più a nord, ma quando Cheope, nel quinto anno di regno, si era proclamato incarnazione vivente del dio sole Ra, aveva compreso che non era più degno del suo rango e ne aveva ordinato l'ampliamento. Sarebbe stato splendido, ornato da statue di dei e del Faraone in alabastro, granito e diorite, scolpite dai migliori artigiani d'Egitto.

Dal luogo sacro partiva una strada coperta che conduceva a un altro tempio, affacciato su un imbarcadero collegato al Nilo, dove si sarebbero svolte le prime fasi del funerale reale. Più a sud si estendevano le cave da cui provenivano i massi per tutte quelle costruzioni; oltre ancora, i villaggi degli operai e i cimiteri destinati a ospitarli. Sul lato opposto rispetto alla città operaia, più vicino al sacro fiume, sorgevano il palazzo di Cheope, quello del Gran Visir Hemiunu e le dimore dei familiari del re, dei funzionari più importanti e dei sacerdoti incaricati del suo culto funerario.

Ricordo che sul luogo in cui doveva sorgere il tempio funerario Alto c'era stato, per settimane, un brulicare continuo di sacerdoti e di architetti. Dovevano deciderne la pianta ma non riuscivano a trovare un accordo. I sacerdoti di Ra sostenevano una soluzione, quelli di Sokhar un'altra, quelli di Osiride un'altra ancora. E il Faraone, travolto da pareri discordanti, non si decideva, così che il tempio non cresceva e rimaneva un abbozzo.


Non era una decisione da poco: da essa dipendevano la sua resurrezione e l'equilibrio dell'universo. Era già accaduto, in tempi remoti, quando regnavano i semidei discendenti di Horus: il mondo era stato sconvolto da catastrofi così terribili che per poco non era tornato nelle acque primordiali da cui Atum-Ra l'aveva tratto. Nessuno ricordava come fosse stato fermato quel disastro, ma tutti sapevano che non doveva ripetersi. Per evitarlo, il funerale reale e i riti successivi dovevano svolgersi alla perfezione, e ciò era possibile solo se la pianta del tempio funerario Alto fosse stata impeccabile.

Hemiunu, il capo architetto, voleva modellarlo su quello più antico, del grande Re Gioser della III dinastia: ma era troppo semplice, e Cheope lo disdegnava. Ankhaf, suo assistente, proponeva invece uno dei modelli del grande Re Snofru, ma lui ne aveva costruiti tre, tutti diversi. Qual era dunque quello giusto?

Le discussioni erano durate mesi, interminabili come la disputa che aveva opposto Horus a Seth per ottant'anni. Ma noi non avevamo quel tempo: il Re era di mezz'età e nessuno sapeva quanto avrebbe vissuto. Sono certo che senza l'intervento degli dèi, la contesa sarebbe proseguita all'infinito e Cheope non avrebbe mai avuto una sepoltura degna.

Era stato allora che il saggio Principe Hordjedef aveva avuto un sogno che aveva risolto l'annosa questione. Non si trattava più soltanto di garantire al Faraone l'immortalità, ma anche di evitare che i cleri, già pronti a guardarsi in cagnesco, si scagliassero l'uno contro l'altro.

Nel sogno gli era apparsa la dea Hathor, madre divina dei faraoni, e gli aveva rivelato che la pianta del santuario era conservata in un papiro custodito nella biblioteca del tempio del Sole a Eliopoli. Hordjedef si era allora recato nella città sacra e aveva recuperato lo scrigno, il papiro e la pianta, salvando, così, Cheope, l'Egitto e l'universo.

Nessuno aveva mai visto un edificio come quella piramide, e nessuno, in futuro, ne avrebbe visto un altro. Si innalzava sul pianoro di Giza come un gigante, circondata da una miriade di uomini minuscoli come formiche che a ogni ora del giorno contribuivano a renderla più alta, più massiccia, più immensa.

Nessuno capiva perché dovesse essere così grande: tutte le piramidi precedenti erano più piccole. Le uniche che potevano reggere il confronto erano quelle che il padre di Cheope, il buon Re Snofru, aveva fatto costruire a Dahshur. La prima, a doppia pendenza, sembrava una focaccia mal cotta afflosciata su sé stessa, tanto che il Re si era rifiutato di farsi seppellire lì. La seconda, meno inclinata, era un buon compromesso tra altezza e larghezza, ma non era nulla rispetto a quella che stavamo innalzando.

Qualunque fosse il motivo per cui Cheope la volesse così, per me non cambiava nulla. Ero uno degli uomini che la costruivano, e lavoravo dall'alba al tramonto, otto giorni su dieci. Rispetto a chi scavava e trascinava massi, però, ero fortunato: grazie agli insegnamenti di mio padre, che era stato capo cantiere alle cave di granito di Elefantina, sapevo leggere, scrivere e far di conto. A Giza ero scriba. Ci lavoravo da sette anni, da quando ero stato strappato alla mia terra del sud e portato qui per servire la megalomania di Cheope, deciso ad avere la tomba più grande e più bella mai costruita.

E pazienza se fosse costata un numero spropositato di vite: aveva tutto l'Egitto da cui attingere. Uomini, animali e dei, eravamo tutti al Suo servizio: gli uomini per costruire la piramide, gli animali per aiutarli e nutrirli, e gli dèi per non ostacolarli.

Ero seduto di fronte alla piramide, sotto il gruppetto di sicomori dove mi riposavo nelle pause del lavoro. Guardandola pensavo a quanto fosse cambiata da quando ero arrivato lì: allora era solo un'informe spianata di roccia appena livellata, ora, una torre che sfidava il cielo.

Davanti a me brillava l'oro dell'obelisco del tempio di Ra a Eliopoli, così alto da sembrare una fiamma sospesa nel cielo; più vicino scorreva il nastro verde-argento del Nilo. A sud si stagliavano le piramidi di Dahshur e, più lontana, quella a gradoni del Re Gioser, la prima costruita in Egitto.

Stavo sbocconcellando il mio misero pasto di mezzogiorno – mezza forma di pane scuro e dieci pesci del Nilo, accompagnati da una brocca di birra calda – quando ero stato raggiunto dal mio amico Pakher, un libico grosso e imponente come un toro ma buono come il pane. Era uno delle migliaia di uomini che Cheope aveva fatto portare dalla lontana Libia per costruire la sua tomba. E uno dei pochi ancora vivi.


Gli avevo chiesto se volesse un po' della mia birra. Il sole era ancora alto, e faceva un caldo cane.

«Se non è quella annacquata della vedova Henwt, sì…» aveva mormorato, crollando seduto al mio fianco. Era stata una mattinata pesante alla cava: lo si vedeva dal sudore che gli imperlava la fronte e dai muscoli del torace che gli tremavano per la fatica. Era sempre così, d'estate, quando il sole dardeggiava alto e cocente e non c'era riparo fino al tramonto.

Avevo ringraziato mentalmente mio padre per avermi fatto diventare scriba. Anch'io stavo tutto il giorno sotto il sole, ma non dovevo tirare blocchi pesanti legati a corde che segavano le spalle e sfiancavano schiena, gambe e piedi. E, soprattutto, potevo venire a riposare qui, sotto il boschetto di sicomori che dava ombra e un po' di frescura.

Mi ero scostato per fargli posto all'ombra e gli avevo passato la brocca, piena per metà. L'aveva afferrata come se non bevesse da mesi e l'aveva svuotata in pochi, grossi sorsi.

«Per gli dèi, mi ci voleva. Avevo la gola più secca della mummia di quel cornuto di Osiride.»

«Non bestemmiare…– avevo mormorato facendo uno scongiuro con le dita – gli dèi ci ascoltano…»

Non ero molto religioso, ma non volevo mettermeli contro. Potevano essere pericolosi, ed era meglio tenerli buoni.

Pakher aveva sputato per terra un grumo di saliva giallastra che puzzava di birra. Nel farlo aveva colpito una grossa scolopendra nera che si stava scaldando su un sasso, tramortendola. Quando aveva provato a scappare, l'aveva schiacciata sotto il piede nudo con un rumore raccapricciante. Avevo sperato che Seth non se ne avesse a male, visto che gli era sacra.

«Gli dèi? – aveva sbuffato – non so tu, Ankha, ma io non ne ho ancora visto uno. Solo statue immobili, e chi – come quel vecchio rimbambito di Cheope – crede di esserlo.»

Avevo distolto lo sguardo dall'orizzonte e l'avevo fissato: – Credi che non lo sia? I sacerdoti dicono di sì.»

«Ascolta. Quando mi hanno portato qui avevo otto anni. Credevo agli dèi, e pensavo di fare la loro volontà innalzando quella cosa mostruosa davanti a noi. Ero così piccolo e magro che l'unica cosa che potevo fare era andare su e giù per il cantiere a raccogliere il piscio degli operai con una brocca, per versarlo negli orci dei follatori di stoffe e dei conciatori di pelli. Poi mi hanno messo a portare l'acqua da bere. Poi a versarla davanti alle slitte per lubrificare la strada. A quattordici anni, quando sono diventato il toro che vedi, mi hanno mandato nelle cave. E da allora spacco sassi dall'alba al tramonto, otto giorni su dieci, per rendere felici gli dèi e Cheope. E per cosa? Per uno stipendio che non riesco nemmeno a godermi, perché la sera sono troppo stanco. Sarebbe stato meglio restare nel mio villaggio in Libia, ad allevare capre e coltivare quel poco che cresceva nell'orto. A quest'età avrei una casa, una moglie, dei figli. E non rischierei di venire schiacciato da un masso com'è successo a quel poveraccio di Kat tre giorni fa, o azzoppato dal calcio di un bue.»

Aveva sfogato la rabbia scagliando la giara vuota a terra. Si era rotta, spargendo l'ultimo velo di birra.

«Potresti avere una bella casa anche qui, se lo volessi – gli avevo detto – e nessuno ti vieterebbe di sposare chi ti piace.»

Aveva sputato di nuovo: «In ogni caso dovrei restare qui finché quella dannata piramide non sarà finita. Non voglio condannare una moglie e dei figli a una vita simile. Preferisco il mio tugurio, ubriacarmi ogni sera e scoparmi chi voglio.»

«Lavorando qui, però, ci siamo garantiti l'aldilà. Saremo gli unici, in tutto l'Egitto, a beneficiarne.» Speravo così di calmarlo.

«Sarà. Ma dato che non sono certo che esista, preferisco vivere meglio il presente.»

«Non sei sicuro di quello che ci hanno promesso?»

«No. Secondo me è solo un modo furbo per farci lavorare come dannati senza protestare.»

«Ah…»

Lo pensavo anch'io, a volte. Ma a differenza di Pakher, che era orfano, ero cresciuto con l'idea che gli dèi esistessero e che dovessimo fare di tutto per renderli felici. Anche se questo significava lavorare come muli, tutto il giorno, sotto il sole cocente, per il loro figlio Cheope.

Con un calcio, Pakher aveva fatto rotolare i pezzi di giara nel vallone ai nostri piedi. Ci avevano messo un po' a raggiungere il fondo.

«Senti, Ankha: ho visto seppellire un sacco di gente a cui i sacerdoti avevano garantito l'immortalità. E dopo un po'? Ossa e carne marcia. E dopo ancora, nemmeno quelle. La chiami immortalità, questa? Io la chiamo fregatura.»

«Non è immortale il corpo, Pakher, ma l'anima. È quella che va nell'aldilà, non il corpo.» Almeno così ci avevano detto.

«Sarà, ma non ci credo. Preferisco godermi la vita adesso. Lavoro il minimo indispensabile per avere vitto, alloggio, cure mediche e tutte le puttane che riesco a scopare.»

Giusto, avevo pensato. Ma l'avevo tenuto per me. Tanto non potevamo fare altro che stare zitti e lavorare. Eravamo uomini di Cheope, e il nostro destino era segnato. Bisognava solo sperare che vivesse a lungo, così da non dover costruire subito un'altra piramide per il suo successore.

Eravamo rimasti in silenzio per un po', osservando l'arco di Ra nel cielo. Pakher rimuginava sulla sua vita; io gli lasciavo sbollire la rabbia prima di tornare alla cava. Lo conoscevo da anni: era l'unico modo per farlo calmare. Altrimenti avrebbe brontolato tutto il pomeriggio, rendendo impossibile lavorare.

E poi era un pomeriggio troppo bello per rovinarlo. Il cielo era azzurro come la più pregiata turchese del Sinai, il sole uno scudo d'oro incandescente, la piramide una montagna d'avorio, il Nilo un nastro di malachite verde e il deserto, sullo sfondo, una distesa d'argento. In momenti così dimenticavo per un istante di essere uno scriba e mi sentivo più fortunato di Cheope, chiuso nella sua reggia calda, buia e polverosa a poca distanza dal cantiere.

«Sai come sta il Faraone?» mi aveva domandato quando il tamburo del cantiere aveva ricominciato a battere i colpi che annunciavano la ripresa del lavoro.

Le voci erano discordanti, ma nulla di ufficiale. Alcune guardie dicevano che stava per raggiungere i suoi antenati; altre che si stava riprendendo dalla malattia che l'aveva colpito un mese prima.

«Non lo so. Dal palazzo non esce nulla, e il Gran Visir è più muto di una statua. Ho provato a chiederlo al mio superiore, ma mi ha detto di farmi gli affari miei.»

«Io ho messo alle strette il capo delle guardie, Men. L'unica cosa che mi ha rivelato è che dalla prossima settimana le ore di lavoro passeranno da otto a dieci. E se il Re non guarirà, sospenderanno anche i giorni di riposo.»


Ahia. Significava che avremmo lavorato come dannati finché la piramide non fosse stata pronta...

 (Continua sul romanzo)


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